Molto più pacata e determinata, senza lacrime e grida, o frasi ad effetto «per non rubare la scena alla scienza», Greta Thunberg è tornata mercoledì mattina 11 dicembre a strigliare i grandi del mondo da un palcoscenico istituzionale, la seduta plenaria della Conferenza sul clima che riunisce in questi giorni a Madrid (Cop25) i delegati di 196 Paesi. Con un messaggio sempre più chiaro, visto i milioni di giovani che questa fragile diciassette ha dimostrato di poter mobilitare: «Ogni grande cambiamento della storia è venuto dal popolo». In questo caso, per ora, un popolo di ragazzini. «Tra sole tre settimane entreremo in un nuovo decennio, un decennio che definirà il nostro futuro. C’è speranza, l’ho vista, ma non viene dai governi e dalle corporazioni, viene dal popolo», così è iniziata la sua arringa. Poi ha snocciolato i dati scientifici dell’emergenza – «come fate a non provare panico? Come fate a non provare rabbia?» – e il suo ennesimo durissimo atto di accusa: «I nostri leader si stanno comportando come se non ci trovassimo in una situazione di emergenza». Paladina della giustizia sociale e dei «vulnerabili», contro i privilegiati «che girano lo sguardo dall’altra parte»: «Cento imprese sono responsabili per il 71% delle emissioni globali, i Paesi del G20 di circa l’80% – ha detto, leggendo un foglio con gli appunti – il 10% della popolazione più ricca produce la metà delle emissioni di CO2 mentre il 50% più povero appena un decimo». E infine: «Non è stato fatto quasi nulla, a parte contabilità intelligente e marketing creativo».

Harrison Ford

Finora, qui alla Cop25, solo un altro divo è riuscito – per qualche ora – a rubare la scena alla «piccola» venuta dal Grande Nord. Ovvero, l’attore Harrison Ford che alla tenera età di 77 anni vesti i panni dell’Indiana Jones del clima. Lunedì è apparso accanto al miliardario Bloomberg, candidato alla nomination democratica, per ribadire che c’è un’altra America, oltre a Donald Trump. Un’America che ha «coraggio» e per dare il suo appoggio ai popoli indigeni («hanno diritto a sedersi al tavolo dei negoziati») e dei giovani («dobbiamo lasciare a loro il comando»). Fuori dallo stand dell’Altra America, dove ha parlato, fotografi, scienziati e delegati sgomitavano per riuscire a rubare una foto con lui. Han Solo, invecchiato ma sempre fascinoso, ora ingaggiato in una nuova guerra perfino più difficile di quella stellare.



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